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Il Tempo che resta

1 ora fa
Tempo di lettura: 4 min

Ascolta l'articolo dalla voce di Silvia sul podcast  >>


Quante cose diventano preziose soltanto dopo essere passate.

Un pomeriggio che non torna più, una voce che abbiamo ascoltato per anni e che oggi vive soltanto nella memoria, una stagione che sembrava non finire mai e che improvvisamente ci accorgiamo di avere già attraversato. Quando le stavamo vivendo, forse, non sapevamo ancora quanto sarebbero diventate importanti. 


È il tempo, passando, a posare lentamente su di loro una luce diversa.

Ottobre si apre ai nostri occhi con i suoi colori maturi e quella luminosità che sembra appartenere già al ricordo.


È il mese delle castagne, dei ricci che cadono nell'erba. Il riccio è chiuso, pungente, quasi inaccessibile. Per settimane ha custodito dentro di sé il suo piccolo tesoro, stretto al ramo dell'albero mentre l'estate diventava lentamente autunno.

Poi arriva il momento. 

Il riccio si stacca. 

Cade. 


E solo allora si apre, lasciando intravedere il dono che porta con se. Non prima.

Non quando noi avremmo voluto raccoglierlo, ancora verde e morbido, non quando il frutto era acerbo, ma solo quando il tempo ha compiuto silenziosamente il proprio lavoro, ha irrigidito le sue spine, inscurito la sua superficie, fino a confonderlo con le foglie secche.


Bisogna però avere mani capaci di accogliere il frutto. Mani forti, magari callose, che conoscono il lavoro e non hanno paura delle spine. Mani che sanno che, per arrivare alla castagna, non si deve combattere con il riccio, ma si deve imparare come prenderlo.

Mi piace pensare che anche il tempo che abbiamo vissuto con i nostri animali sia un po' così: non ci consegna immediatamente tutto ciò che contiene.


Alcune esperienze hanno bisogno di essere attraversate prima di poter essere comprese. 

Alcune emozioni acquistano un valore diverso soltanto quando sono diventate parte della nostra memoria. 


Alcuni momenti, mentre accadono, sembrano persino ordinari e soltanto molto tempo dopo ci accorgiamo che stavano diventando qualcosa che avremmo custodito per sempre.


È curioso come spesso pensiamo al tempo come a qualcosa che ci porta via. Gli anni che passano, le stagioni che finiscono, le fotografie che ingialliscono, i nostri animali che cambiano lentamente sotto i nostri occhi, mentre noi siamo presi dalle abitudini della vita quotidiana.


Eppure il tempo non sottrae soltanto. Il tempo deposita: lascia dentro di noi esperienze, gesti, emozioni, ricordi che non avevamo scelto di conservare e che, proprio per questo, spesso scopriamo essere i più preziosi.


Chi vive con degli animali conosce bene questo modo silenzioso di accumulare il tempo proprio come le foglie secche. Un giorno, quasi non ce ne accorgiamo, ma è caduta la prima. Poi ne arriva un'altra, e un'altra ancora, fino a quando sotto i nostri piedi c'è qualcosa che prima non esisteva.


Una storia. Una memoria. Un'esperienza. Una parte di noi.

Non sono soltanto gli anni che contiamo. Sono le passeggiate, il rumore delle loro zampette sul pavimento, il modo in cui ci guardano quando torniamo a casa, le abitudini che abbiamo imparato insieme, le piccole cose che abbiamo ripetuto così tante volte da non renderci più conto della loro importanza.


Una carezza non è soltanto una carezza. È una carezza data quel giorno, a quell'animale, in quel preciso momento della nostra vita. 


Quel momento non tornerà, ma non per questo sarà perduto. Resterà in noi, trasformato in memoria, in tenerezza, in qualcosa che continua ad accompagnarci anche quando il tempo avrà cambiato molte altre cose.


Esattamente come la castagna che, una volta caduta dal riccio, non appartiene più all'albero ma che comincia un'altra parte della propria storia, tra le mani dell’uomo o sotto terra pronta a fare nascere un nuovo albero.


Questo è uno dei doni più profondi che gli animali ci fanno: insegnarci il valore del tempo nell'attimo stesso in cui lo stiamo vivendo. Perché mentre siamo con loro, viviamo il momento e basta. Ed è proprio questo che lo rende così prezioso.


Penso alla ghiandaia che vedo spesso in giardino mentre raccoglie una ghianda e la porta via tra il becco. La nasconde nella terra, affidandola a un luogo che forse nemmeno lei ricorderà. Alcuni di quei semi diventeranno nutrimento, altri resteranno lì, invisibili, fino a germogliare molto tempo dopo. Mi piace quel gesto perché non contiene alcuna certezza. La ghiandaia fa semplicemente ciò che deve fare: la natura non ha bisogno di sapere esattamente quando accadrà.


Anche noi passiamo attraverso le stagioni lasciando qualcosa dietro di noi e raccogliendo qualcos'altro lungo la strada. Non rimaniamo identici, ma non perdiamo mai del tutto ciò che siamo stati. 


Quello che abbiamo vissuto cambia spazio, cambia forma, diventa memoria, consapevolezza, tenerezza, persino un modo diverso di guardare ciò che ci accade, talvolta diventa una nuova opportunità. Succede quando, spesso senza rendercene conto, lasciamo qualcosa nelle mani degli altri e riceviamo qualcosa da chi incontriamo: seminiamo gesti che non sappiamo dove andranno a finire.


Ottobre lo vivo come un mese gentile, un mese che insegna che, non tutto ciò che è finito, è perduto e che, non tutto ciò che passa, deve essere rincorso. Alcune cose hanno bisogno soltanto di essere vissute fino in fondo.


Come una castagna che aspetta il suo momento. 


Come il riccio che, dopo avere custodito il proprio frutto, finalmente si apre. 


Come una ghianda affidata alla terra.


Perché il tempo non è soltanto ciò che ci separa da ciò che è stato. È anche ciò che ci permette di comprenderne il valore.


Tutto quello che abbiamo vissuto con i nostri animali, anche quando appartiene ormai al passato, continua a vivere dentro di noi in una forma diversa.


Nulla si perde davvero. 


Tutto cambia luogo, forma, significato.

 

Silvia Bagni

 

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